Il passato come memoria del futuro

L’arte funeraria antica considera il sepolcro come una soglia nella quale la vita e la morte, la memoria e l’oblio, il passato e il futuro si frequentano e, nel presente, si scambiano le parti.

In questo senso il monumento funebre è il luogo di una trasformazione unificatrice: dove la morte si congiunge con la vita, rappresentandola nel ricordo, e la vita eterna attraversa la morte promettendo il suo ritorno. Per questo i sarcofagi raffigurano scene di vita, ritratti umani, vicende e personaggi mitologici, scritture letterali e simboliche.

Di particolare interesse è la frequente raffigurazione sepolcrale delle nozze del dio Dioniso (la vita che perennemente si rinnova) e di Arianna (la mortale che si congiunge col divino): proprio il sepolcro, che custodisce il morto, esibisce anche l’atto fecondo che rinnova la vita.

Trasformazione unificatrice dei suoi estremi (mortale e immortale, animale e dio, umano e divino, celeste e terreno), il sepolcro trova nella maschera un simbolo peculiare. Sin dai tempi più antichi la maschera allude infatti al regno dei morti, ma opera nel contempo nel suo portatore una trasformazione che sperimenta la memoria vivente del passato, il senso delle figure attraversate nel presente e l’apertura del destino futuro.

La maschera, come il sepolcro nel suo insieme, è il segno per eccellenza: incarnazione del ricordo, rappresenta le figure e le tappe del destino umano sulla terra: dalla nascita alla maturità sessuale adulta e dalla incarnazione delle eterne figure genitoriali alla morte. È così che la vita umana si consegna ai segni e alle scritture: tracce dei viventi che permangono per resuscitare nel presente la loro fama e il loro nome. Verginità della rinascita eterna come fiore che ogni volta sboccia nel riconoscimento che ora accade. Fuoco che per un istante illumina la notte.


Si ringrazia Carlo Sini, autore del testo e dei disegni.